Perché i leader europei chiamano un attacco russo?

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Spesso si analizzano la crisi in Iran (con il blocco di Hormuz) e il colossale accordo petrolifero statunitense in Venezuela (i 65 miliardi di barili alla joint venture a guida USA annunciati a fine agosto) come due scenari separati. Se si guarda la cronologia e l’economia dei mercati, però, emerge un forte legame strategico.
Il punto chiave è strettamente economico: come sappiamo, il greggio extra-pesante dell’Orinoco è estremamente complesso e costoso da estrarre e trattare. Il costo di pareggio (breakeven) stimato da Wood Mackenzie per i nuovi progetti viaggia tra gli 80 e i 95-100 dollari al barile. Con il mercato pre-crisi a 50-60 dollari, il maxi-investimento americano in Venezuela sarebbe stato commercialmente fallimentare per le compagnie private.
La forte pressione asimmetrica degli USA sul Venezuela è culminata con il controllo dei pozzi tramite la sigla dell’accordo di agosto. Subito dopo, l’escalation militare con l’Iran ha fatto schizzare il greggio del Golfo stabilmente sopra i 100 dollari. Questo tempismo perfetto ha reso l’operazione in Venezuela improvvisamente iper-profittevole, garantendo alle compagnie statunitensi (come Continental Resources ed Exxon) la copertura energetica e i margini economici necessari per sostenere la spinta in Medio Oriente e rifornire le raffinerie della Costa del Golfo, esautorando al contempo gli investimenti storici di Cina e Russia a Caracas.













