Misteri italiani

Un grande NON mistero d’Italia?

È vero, è passato molto tempo. Quarantasei anni oramai. Molti di voi neppure c’erano, e non c’ero neanche io, quando Aldo Moro fu rapito quel 16 marzo 1978 in via Fani e poi ucciso e lasciato cadavere in via Caetani, il 9 maggio dello stesso anno, dopo cinquantacinque giorni di sequestro.

A qualcuno suona come una storia vecchia e stantia, inutile da approfondire e parte di un tempo lontano che non riguarda più l’oggi.

Eppure, la storia di Aldo Moro secondo qualcuno non è solo una storia italiana, ma è una storia che riguarda l’Italia nel mondo.

Non ho un’opinione precisa al riguardo, a differenza per esempio di Ustica, dove le analisi tecniche parlano chiarissimo e non lasciano spazio a dubbi: non ci fu alcun altro aereo oltre al DC9 Itavia in quello spicchio di cielo, a meno di 90-110 km.

Eppure, qualcosa che fa alzare qualche antenna c’è, oggettivamente. E non mi riferisco alle presunte minacce di Kissinger, alla teoria atlantica tanto cara ai purgatori o Purgatori degli italiani, quanto al fatto, per esempio, che la Fiat 130 su cui viaggiava Moro non è crivellata di colpi come un groviera, come invece è l’Alfetta che la seguiva in convoglio.

Perché due precisioni di tiro diverso, così evidenti? Guardate le fotografie, l’Alfetta di scorta è tutta sforacchiata di proiettili, la 130 non ha colpi sulla carrozzeria, come se a tirare contro di lei sia stata una mano diversa da quella che ha reso l’Alfetta un colabrodo e che ha fatto arrivare i proiettili fino al secondo piano del palazzo che stava dall’altra parte della strada.

I colpi infatti vanno da quelle finestre, all’Alfetta, fino a poco dopo i piedi dei brigatisti. Non esattamente la precisione di un cecchino. Come è possibile allora che la 130 sia quasi intonsa e Moro non sia stato colpito neppure di striscio?

A queste e altre domande non so dare risposta, ma ho realizzato un documentario nel quale ho intervistato tre super ospiti: il documentarista del Senato Vladimiro Satta, il generale Piero Laporta, e il giornalista Gian Paolo Pelizzaro.

Tre posizioni diverse, tre punti di vista che spero aiutino tutti noi a capirci qualcosa di più, su questa storia.


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Andrea Lombardi

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