Erano convinti che l’Iran fosse il Venezuela. Ma a Teheran c’è Allah, a differenza che a Caracas, e la super arma segreta di Donald, la stampante dei dollari che si trova negli scantinati della FED, non ha centrato il suo target con gli Ayatollah.
Ora, a essere discombobulated, è Trump. E tutti noi al seguito, che il gasolio lo paghiamo, ad andare bene e ancora per poco, due euro al litro.

L’idea era di replicare il modello Maduro: decapitare il regime, lasciare le forze armate nel caos, installare o un regime alternativo, oppure mantenere lo stesso, ma con vertici più inclini ad accettare i compromessi voluti da Washington.
Preciso che questo certamente non era l’obbiettivo di Israele che – giustamente – percepisce l’Iran come una minaccia esistenziale e per questo ne voleva una completa eliminazione.
Il progetto, tuttavia, non ha funzionato.
Khamenei è stato ucciso, ma il paese non è piombato nel caos. La popolazione civile non ne ha approfittato per rivoltarsi, come Trump aveva auspicato, anche perché lo avrebbe dovuto fare scendendo per strada sotto le bombe.
Le forze armate iraniane erano organizzate per poter sopravvivere alla decapitazione del serpente, e hanno continuato a colpire pur con i vertici vacanti, segno che il regime era pronto a qualsiasi evenienza e il paese era progettato per sopravvivere anche a un evento come questo.
La morte di Khamenei era prevista e incorporata nella strategia iraniana.
Perché l’Iran è in posizione di vantaggio
Partiamo dal definire in cosa consiste la vittoria per i due schieramenti: l’Iran vince se il regime sopravvive alla guerra. Non importa quanti danni riporterà e quante strutture si vedrà distrutte, gli basta sopravvivere.
Gli Stati Uniti vincono se il regime crolla e l’Iran diventa un paese disposto a sottostare alle volontà americane: smettere di sostenere la Cina con il suo petrolio, smettere di alimentare i suoi proxy nel mondo, smettere di essere una minaccia per Israele.
Se non si raggiungono questi risultati non si può parlare di vittoria.
È chiaro, quindi, che l’Iran è in una posizione vantaggiosa, anche perché gioca in casa e deve solo difendersi.
D’altra parte, le forze di attacco, di fronte a una resistenza e a una reazione violenta così forte, non possono limitarsi a colpire il paese dall’aria e sperare di rovesciarlo. Devono, per forza, se vogliono ottenere un qualche risultato, entrare in Iran via terra.
Boots on the ground, come si dice.
L’Iran, però, è un paese montuoso e roccioso, grosso tre volte e mezzo l’Afghanistan. Non è l’Iraq, prevalentemente pianeggiante.
Sul serio, l’Iran è uno dei paesi più montuosi che ci siano al mondo.

Valli strette, altipiani rocciosi, pareti verticali.

Questo è il vero vantaggio strategico di Teheran.

Oltretutto, queste rocce gli iraniani le hanno scavate per costruire depositi sotterranei, ma anche siti di lancio missilistici protetti dalla roccia stessa.
Sono le famose missile cities. Chilometri di tunnel sotterranei, depositi di munizioni, basi di lancio per droni e missili balistici.
Non è solo orografia, è strategia militare.
Quelle montagne sono un groviera che è l’assicurazione sulla vita del regime degli Ayatollah.
Per batterli bisogna andare a ripulirle come fa un dentista con le carie.
Ma come si può fare, in un paese così vasto e con 90 milioni di abitanti che possono trasformarsi in combattenti che escono dalle proprie baracche armati di qualsiasi cosa e pronti a colpire l’invasore?
Perché molti sono sì oppositori del regime, ma non lo sono tutti, e comunque anche chi si oppone al regime non significa che voglia accettare un governo americano, o la loro interferenza negli affari interni.
È uno scenario da pantano afgano.
Ecco perché prima è stata evocata l’invasione armiamoci-e-partite dei curdi, che però hanno respinto al mittente la “proposta”, e poi Trump ha dichiarato che “una invasione di terra è una perdita di tempo”.
Perché sarebbe una disfatta annunciata. E tutti lo sanno.
L’Iran ci sta devastando
La reazione di Teheran non è solo la difesa. Non è solo l’attacco alle basi nemiche.
L’Iran sta colpendo anche le raffinerie dei Paesi del Golfo, sta colpendo i depositi di idrocarburi e ha chiuso lo stretto di Hormuz.
L’idea è alzare il costo della guerra colpendo direttamente l’arteria dell’energia.
Rendere insostenibile lo sforzo bellico per la “coalizione” occidentale e, al contempo, rendere sconveniente ai paesi limitrofi la loro collaborazione con americani e israeliani.
I danni alle strutture militari USA sono giganteschi. Parliamo della distruzione di radar Early Warning costosissimi e importantissimi. Per ricostruirli ci vorranno anni e miliardi di dollari, e intanto gli americani rimangono senza “occhi”. E gli effetti già si vedono.
Ieri un bombardamento su Tel Aviv è stato annunciato con un solo minuto di anticipo rispetto ai classici 8-10 minuti. La ragione è che i radar non ci sono più, e i missili si vedono arrivare solo quando ormai sono vicinissimi.
Ma il costo della guerra è elevato anche in termini di munizionamento. Pensiamo ai Patriot, i sistemi di difesa antiaerei americani, fondamentali per provare (spesso senza riuscirci) a respingere gli attacchi missilistici iraniani.

Gli USA producono poche centinaia di missili Patriot all’anno e in Medio Oriente ne hanno consumati di più in una settimana di quanti ne abbia sparati l’Ucraina in quattro anni di guerra, a detta di Zelensky.
Il costo di una guerra prevista come lampo ma diventata potenzialmente lunghissima è insostenibile. In prima battuta gli americani non hanno dichiarato quanto sarebbe durata la guerra.
Dopo tre giorni di combattimenti, vista la mala parata, Pete Hegseth – il segretario della difesa -, ha annunciato che sarebbe durata quattro settimane.
Dopo altri due giorni lo stesso Hegseth ha rivisto la stima raddoppiandola: otto settimane.
Adesso si parla apertamente di una guerra che può durare “all’infinito” e “noi saremo pronti a sostenerla”, dice la Casa Bianca.
È una disfatta, il fallimento di ogni piano che precedentemente era stato scritto. E le cose si mettono male, soprattutto per noi e sul piano energetico. Il rischio è quello di subire uno shock energetico come non lo abbiamo mai visto in tutta la nostra storia. Il rischio è che non solo la benzina e il gasolio schizzi alle stelle, ma che si esaurisca nelle nostre cisterne.
In bocca al lupo.




