La domanda è semplice: se gli USA, non essendo chiaramente in grado di aprire lo stretto di Hormuz, lo chiuderanno anche al transito delle navi iraniane e filo-iraniane, riusciranno a far cedere Teheran?
Mi spiego: se l’idea è quella di “affamare” l’Iran, impedendogli di vendere petrolio e finanziare il regime, quanto tempo ci vorrà per farlo capitolare?
Perché nel frattempo, e a breve, noi rimarremo: senza aerei, senza traghetti, senza gasolio e senza benzina; senza gas, senza trasporto privato, senza acqua calda, senza iPhone carico; senza e-mail, senza intelligenza artificiale, senza illuminazione pubblica, senza ospedali.
E, soprattutto, senza soldi.
Secondo voi, cederanno prima gli iraniani, perché affamati dalla sete di denaro, o cederanno prima gli occidentali, che senza GPS non riescono neanche ad andare al cesso partendo dalla cucina?

La domanda è semplice, ma anche più significativa di quello che potreste pensare. Guardateli in faccia, osservate il nemico e poi guardate a voi stessi. Guardateli, secondo voi chi può sopravvivere più a lungo senza soldi e senza corrente elettrica?


Io un’idea ce l’ho.
Rimettiamo le cose in ordine e sgombriamo il campo dalla fantasia.
La guerra è iniziata per tentare di abbattere uno dei paesi più problematici e destabilizzanti del mondo, l’Iran degli Ayatollah. L’intento era condivisibile, l’obiettivo a lungo sognato da tutti noi (quelli di noi nemici dei terroristi, quantomeno).
Tuttavia, come spesso è accaduto nella storia, gli Yankees non sono stati capaci di fare i conti con le reali condizioni militari sul campo, e hanno iniziato un’offensiva nella speranza di poterla chiudere velocemente, grazie a qualche funzionario corrotto, come avvenuto in Venezuela.
Non è andata come previsto.
Non è una novità, come insegnano il Vietnam, l’Afghanistan, la Somalia, i Balcani, e chi più ne ha più ne metta.
Solo che questa volta è diverso. Negli altri casi gli USA hanno potuto girare i tacchi, urlare al mondo che avevano vinto, e tornarsene a casa con una mano davanti e l’altra di dietro. E, di contro, tutti hanno potuto far finta di credere all’invincibilità dell’esercito più forte del mondo, ignorando bellamente la realtà sul campo, e contribuendo così a mantenere la capacità di deterrenza – e quindi il potere economico e finanziario – degli Stati Uniti.
Adesso non si può più fare.
Toccare l’Iran è stato come mettere le mani dentro un nido di vespe. Progettato e costantemente migliorato da quasi cinquant’anni.
Il risultato? Le vespe si sono svegliate e, fregandosene del destino del singolo, disposte a morire per il loro nido, hanno iniziato ad attaccare a destra e a manca.

Il problema è Hormuz. È banale. Quasi puerile ribadirlo. Ma è tutto lì. Se non ci fosse quello stretto staremmo già assistendo alla ritirata americana accompagnata da rivendicazioni di vittoria totale e assoluta.
Ma c’è il collo di bottiglia dove passa il petrolio che alimenta il mondo, che ora gli iraniani vogliono strozzare per ottenere in cambio l’accettazione delle loro prerogative: arricchire l’uranio, ottenere le armi nucleari, garantire sopravvivenza eterna al loro regime di fanatici, distruggere Israele.
E, senza le adeguate garanzie, il petrolio di lì non passa.
Stiamo parlando non del 20% del petrolio mondiale, come dicono i giornali che fanno disinformazione, ma del 34% del petrolio greggio mondiale commerciato nel mondo e del 20% del gas. O, se vogliamo, del 25% di petrolio e prodotti raffinati. Fonte.
Una quantità di energia gigantesca, di cui il mondo può fare a meno soltanto modificando radicalmente le sue abitudini. Che significa smettere di volare low cost, smettere di viaggiare per piacere, razionare l’acqua calda e il trasporto privato, rinunciare al cinema e al pony pizza.
Spero che questo sia chiaro, perché lo scenario che si prospetta è questo qui. Un ritorno agli anni ‘50.
Tralascio volontariamente le teorie del complotto che vorrebbero questo scenario voluto dagli Stati Uniti per affamare l’Europa, non le voglio neppure prendere in considerazione per quanto sono stupide: gli americani stanno pagando la benzina anche più di 6 dollari al gallone, una follia che causerà una rivolta interna.
La situazione, come avvenuto in passato, è semplicemente sfuggita di mano. Gli americani sono specialisti nello sbagliare i conti prima di iniziare una guerra, come dimostrano gli scenari già citati.
Come risolvere?
Si potrebbe sperare in una guerra su larga scala, una invasione di terra dell’Iran che abbatta definitivamente il regime.
Questo obiettivo non si può raggiungere soltanto con attacchi dal cielo. Missili, bombardamenti, sortite aeree, tutto questo non è sufficiente, come dimostra ormai un mese e mezzo di guerra. Serve un intervento di terra.
Ma l’Iran è gigantesco, è ricco di catene montuose che superano anche i 5000 metri, ricche di durissimo granito scavato con tunnel e città missilistiche sotterranee.
Servono milioni di uomini per affrontare un’operazione come questa, e con la NATO composta da paesi traditori come la Spagna di Sanchez, la Francia di Macron e il Regno Unito di Starmer, questa ipotesi è fantasiosa.
Qualsiasi operazione che gli americani stiano pianificando, in queste ore in cui i C-17 e i C-5 fanno avanti e indietro dal Medio Oriente, è destinata al fallimento certo.

L’unica vera alternativa è il bombardamento nucleare. Inverosimile, scenario rinnegato da ogni analista, perché tutti sanno che le conseguenze internazionali sarebbero devastanti e chiunque si rifiuta di pensare che qualcuno le possa anche solo considerare sul serio.
Però.
A mali estremi.
Visto che l’alternativa è tornare, noi, all’età del bronzo, e vedere il dollaro perdere potere… chi lo sa.
Vi lascio qualche consiglio, per prepararvi a quello che ci attende, nel seguente video.




