A novembre del 2024 avevo poco più di 10.000 followers su Instagram. Dopo sette anni di duro lavoro era quella la cifra che, con grande fatica, ero riuscito a racimolare.
Una miseria.

Eppure avevo già inventato il Caffè Amaro, un format bene impacchettato e molto efficace. Fresco, ben studiato, che avrebbe dovuto funzionare.
Le persone mi scrivevano per dirmi che non mi riuscivano a trovare, che il mio profilo non appariva nei loro feed neppure se avevano scelto di seguirmi.
La ragione era semplice: ero censurato.
Come tutti quelli che Mark Zuckerberg aveva individuato come “non progressisti”, su ordine del padrone del mondo di allora, Joe Biden.
Per quanto mi sforzassi di lavorare bene e duramente, ogni sforzo era sprecato. Non puoi vincere contro la macchina, quando il sistema ti chiude il rubinetto.
All’apice della devastazione del mio lavoro, nel novembre 2024, quando anche YouTube aveva iniziato a demonetizzare e censurare ogni puntata del Pantoprazolo nel tentativo di piegare la realtà e nascondere qualsiasi punto di vista che potesse favorire l’elezione di Trump, decisi di spendere i soldi che non stavo più guadagnando per andare a Washington DC e seguire le elezioni americane da vicino.
Nonostante l’opera mondiale di censura orwelliana messa in piedi dai democratici, Donald Trump vinse le elezioni, con la promessa di liberare il mondo di internet dalla piovra democratica, che impediva che qualsiasi parere non-progressista ottenesse visibilità.
Quella della censura, infatti, non era una mia bislacca idea per giustificare i miei fallimenti, ma una realtà chiara e conclamata, confermata dai Twitter Files pubblicati da Elon Musk qualche anno prima, e confessata direttamente da Mark Zuckerberg appena dopo la vittoria elettorale di Trump.
Zuckerberg, il padrone di Meta, e quindi di Facebook e Instagram, nel gennaio 2025, due mesi dopo la vittoria di Trump, confessò: «Negli ultimi anni abbiamo sviluppato sistemi sempre più complessi per gestire i contenuti sulle nostre piattaforme, in parte in risposta alle pressioni sociali e politiche per la moderazione dei contenuti. Questo approccio si è spinto troppo oltre».
E poi ancora: «Troppi contenuti innocui vengono censurati, troppe persone si ritrovano ingiustamente bloccate nella “prigione di Facebook” e spesso siamo troppo lenti a intervenire. Vogliamo porre rimedio a questa situazione e tornare al nostro impegno fondamentale per la libertà di espressione. Oggi apporteremo alcune modifiche per rimanere fedeli a questo ideale».
Quando sentii queste parole da una parte fui raggelato. Avevamo vissuto in una dimensione manipolata e orwelliana della realtà, e quel signore lo stava candidamente confessando. Dall’altra parte fui contento di avere avuto la conferma definitiva non essere pazzo, e soprattutto la conferma che le cose stavano per cambiare.
Non potevo immaginare però, neanche nelle mie più rosee aspettative, che quel giorno stesso, senza apparentemente motivo, i numeri del mio account Instagram sarebbero schizzati così tanto in alto.
Fu spaventoso.
Il giorno stesso dell’annuncio passai dalle centinaia di views alle centinaia di migliaia. Da meno di mille a quasi centomila.
Impressionante. Allora non era il Caffè Amaro che non funzionava. Era la censura a farlo fallire.
Iniziai il 2025 con poco più di 10.000 follower, sudati in sette anni di lavoro. A giugno, dopo sei mesi, erano diventati 100.000. A dicembre erano quasi 200.000. A marzo dell’anno dopo, un mese fa, superati i 250.000.
E ora, ad aprile 2026, i miei numeri si sono quasi azzerati. Di colpo.
Di nuovo.
Le persone mi scrivono: «come mai non hai pubblicato il Caffè Amaro, oggi?». Mi chiedono che fine ho fatto. Mi dicono che non appare più alcun mio contenuto nel loro feed, quando fino a poche settimane fa gli appariva di continuo.
Mi scrivono per chiedermi se sono vivo, perché Instagram non gli mostra più nemmeno le mie storie. Eppure, mi seguono assiduamente.
Mi ero accorto di questo grande calo dei numeri, perché con la stessa velocità con cui l’anno scorso li ho visti esplodere, qualche settimana fa li ho visti contrarsi.
Cosa è successo?
È semplice. Ho criticato l’operazione fallimentare di Donald Trump in Iran.
Ho spiegato, giorno dopo giorno, il fallimento di quella guerra e la devastazione globale, e americana, che ha come conseguenza.
Ho esposto chiaramente le debolezze americane e il cul de sac in cui si è infilata l’amministrazione di Donald Trump.
E la risposta dei social, di Instagram ma anche di YouTube, è stata tagliare la visibilità dei miei contenuti.
Sono stato censurato.
Così come su Instagram i rubinetti per me ora sono chiusi, anche su YouTube i miei contenuti sono stati limitati. Le persone ricevono sempre meno notifiche delle dirette del Pantoprazolo, e gli spettatori sono notevolmente, e da un giorno all’altro, diminuiti.
Quello che è successo è che Trump, che aveva promesso libertà sulle piattaforme, che aveva sollevato Zuckerberg e Google dall’obbligo di censurare, imposto dai democratici, sta adesso usando lo stesso strumento per nascondere i suoi fallimenti e cercare di piegare la realtà a suo favore.
Trump, il traditore, il nuovo padrone del mondo, ha deciso di usare gli stessi strumenti dell’amministrazione Biden.
La piovra è stata sostituita da un’altra piovra.
Qualcuno mi rinfaccia di essere diventato anti trumpiano, di essere al soldo di chissà chi. Io, semplicemente, faccio il mio lavoro. I numeri sono chiari, il fallimento americano nella gestione del conflitto iraniano è totale. Il mondo è esposto al pericolo più grande che abbia mai corso negli ultimi due secoli.
La verità non si può manipolare. La verità non si cambia, e non si nasconde. La censura di un despota traditore non modificherà la situazione sul campo, né quella economica.
Abbiate paura. La mannaia è calata di nuovo.




