Perdere le guerre ha un costo che gli americani sono tradizionalmente abituati a far pagare agli altri.
Il pantano afgano? Pagato dagli afghani.
Il coito interrotto iracheno? Ha lasciato dilaniato il paese.
Disastro vietnamita? Di nuovo, il conto è rimasto ai vietnamiti.
Se la guerra è lontana, i disastri sono lontani.
Ma questa volta, con l’Iran, è diverso. Qui l’effetto è diretto perché colpisce il commercio internazionale, che è un modo apparentemente neutro per chiamare la supremazia statunitense.
“Libero commercio”, infatti, è il nome delle vie commerciali imposte dalla pax americana, dopo l’ultima guerra mondiale.

Mentre tutti si domandano se – e come – si arriverà a un accordo di pace per porre fine alla guerra, e soprattutto riaprire lo stretto di Hormuz, lasciatemi il compito di rincuorarvi tutti, perché la risposta è semplice e apparentemente confortante: sì. Si arriverà a un accordo, e lo stretto riaprirà.
È banale, perché quello stretto serve a tutti, e nessuno ci guadagna se resta chiuso (tranne i russi).
Ed è proprio perché serve a tutti, ed è così importante, che è una merce di scambio tanto preziosa per chi ha dimostrato di avere l’abilità e la capacità di controllarlo come se fosse suo – cosa che, di fatto, è -.
Quindi è ovvio che prima o dopo riaprirà, il problema è chi avrà deciso di riaprirlo, e cosa ognuno dovrà mettere sul piatto per ritornare alla libera circolazione marittima.
Questa è la chiave di tutto.

Il chi, stabilirà il nuovo equilibrio nel medio oriente. Quel chi, sarà il soggetto che si guadagnerà il primo lancio dei dadi al prossimo giro del tabellone, e sarà nella posizione di guidare il gioco da primo giocatore.
È un discorso che sarebbe stato impensabile fino a qualche anno fa, ma che è diventato assolutamente prevedibile e atteso dopo che abbiamo visto ciò che è successo con gli Houthi, nel Mar Rosso.
Il gruppo di cammellari in ciabatte, infatti, è riuscito a tenere in sacco la marina militare del primo mondo, bloccando quella commerciale, per quasi due anni.
E, alla fine, la situazione si è risolta soltanto scendendo a patti con quei beduini sgranocchiaoppio.

Guardateli. Questi scappati di casa del quinto mondo, con pietre e bastoni hanno tenuto chiuso il Mar Rosso per mesi e mesi.
Per me questa si chiama superiorità tecnologica e militare: se tu, con le mani o poco più, fermi una portaerei, è la portaerei che non vale un cazzo.
C’è poco da ridere, e molto da riflettere.
Oggi l’Iran, con i barchini che tutti sfottevano, sta per veder passare il terzo mese di chiusura ermetica dello stretto di Hormuz.
Tutti i proclami del «oggi sono passate 7 navi!», o del «navi militari USA sono passate!» sono stati scaricati giù dal cesso fino alla fogna della storia e della propaganda.
E Trump, che non è un cretino – anche se di cretinate ne spara a nastro – lo sa perfettamente.
E cosa sta facendo?
Cerca, disperatamente, di far firmare gli accordi di Abramo ai paesi del Golfo, per salvare l’egemonia americana nel medio oriente. Quell’egemonia vitale per il sistema statunitense, senza la quale Washington sarebbe retrocessa sullo scacchiere internazionale a capitale di una potenza regionale, in grado forse di affermare le sue volontà solo tra il Canada e il Cile. Ad andare bene.
E questo, Trump, lo sa.
E si muove di conseguenza, chiedendo a ben sei paesi – dal nulla – di firmare gli accordi di Abramo, che sono gli accordi di normalizzazione dei rapporti con Israele.
Arabia Saudita, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania dovranno apporre le loro sigle – nei suoi sogni – su altrettanti trattati di normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv.
Impossibile, praticamente. Si rischiano rivolte interne, colpi di stato, sangue nelle strade.
Senza contare che la Turchia è, tra tutti quelli elencati, il paese più instabile nei rapporti con Israele, al punto che si teme una nuova guerra che lo coinvolga.
Ma è necessario, e vitale, per gli USA, che i trattati si perfezionino.
Hanno perso la guerra con l’Iran e si preparano a un accordo con Teheran che sarà dettato da quest’ultima. E che imporrà vincoli fondamentali a paesi alleati come l’Arabia Saudia, il Kuwait e il Qatar.
Paesi che rischiano di cadere nell’orbita iraniana, e quindi cinese. Vi ricordo che, qualche settimana fa, gli Emirati Arabi Uniti hanno già minacciato di vendere il petrolio in Yuan.
Domani saranno costretti a far attraversare Hormuz alle loro navi pagando un pedaggio agli iraniani. I loro impianti saranno salvi solo grazie agli accordi di pace siglati con Teheran, che sarà il giudice ultimo della loro sopravvivenza.
Non gli americani, non la US Navy. Teheran deciderà il loro destino.
E questo riclassificherà l’Iran a potenza regionale egemone nell’area.
Che ne sarà degli americani, se neanche riusciranno a portarsi a casa una firma sugli accordi di Abramo?
Niente. Non ne sarà più niente, da quelle parti.
Con effetti devastanti e catastrofici per tutti, che arriveranno fino a qui.
Rifletteteci, e fatemi sapere.




